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Rogoredo: da febbraio una nuova operazione dei nostri volontari in una delle aree milanesi più difficili
Le notti con i ragazzi disperati del “boschetto”:
tè caldo, abiti, coperte ma soprattutto tanti sfoghi
di Beba Maturo
Abbiamo iniziato a intervenire in quella che sta tristemente
diventando la capitale della droga del Nord Italia.
Le richieste di aiuto vengono anche dai genitori dei giovani
“persi”. E già registriamo qualche primo piccolo successo
«
Ci chiamano gli arancioni che è il colore della nostra divisa, ed è una buona
cosa: significa che ci riconoscono, che in qualche modo hanno imparato
ad accettarci e a fidarsi di noi, tanto da darci un soprannome». Parola
di Claudia, volontaria del CISOM, il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di
Malta. che dallo scorso febbraio è operativo sul Progetto Rogoredo a Milano.
I volontari delle unità di strada ogni mercoledì partono dalla sede milanese
in direzione di quella che è diventata la piazza di spaccio di stupefacenti più
tristemente nota di tutto il Nord Italia: il “boschetto” di Rogoredo, appunto.
In dotazione portano: cibo, bevande calde, coperte, vestiario e una grande
predisposizione all’ascolto. Con un importante obiettivo: agganciare i ragazzi,
molti giovanissimi, che entrano ed escono da quel bosco e spiegare loro che
un’alternativa è possibile. «Quando li avviciniamo quello che colpisce è la timidezza, la gentilezza con la quale accettano quello che abbiamo da offrire, che
sia del cibo o una tazza di tè. Come
se provassero vergogna, o peggio
rimorso. È un momento fondamentale, questo, per costruire fiducia:
il nostro compito è aiutarli a
uscire dal senso di isolamento
e solitudine al quale li costringe la droga» spiega un altro volontario. Quello attivo a Rogoredo
è un progetto collettivo che, oltre
al CISOM, coinvolge diverse realtà operative in ambito sociale: lo
scopo è di portare i frequentatori
del boschetto a uscire fisicamente e mentalmente da quella selva
di alberi cittadini che ha smesso
di essere metafora e incarna una
via troppo spesso senza ritorno. Ai
banchetti dei volontari, sul piazzale antistante l’ingresso del bosco, si rivolgono
anche i parenti dei ragazzi, di quei giovani che si teme si siano “persi” là dentro. Ed ecco che gli “arancioni” si attivano attraverso le loro chat: un moderno
tam tam grazie al quale, con tanta costanza e un pizzico di fortuna, riescono
a dare informazioni, a trovare risposte alle domande e alle paure di genitori,
fratelli, amici. «Il problema è che l’eroina ormai è una droga accessibile a tutte le tasche: costa pochissimo, ma l’effetto di una dose dura sempre meno
e crea una dipendenza immediata». Per questo motivo l’esigenza principale
è quella di agganciare i ragazzi del boschetto il prima possibile per portarli,
senza forzature e imposizioni, a intraprendere un percorso di riabilitazione, di
ritorno dall’eroina e da ogni altra dipendenza. Un percorso graduale al quale
si arriva attraverso l’ascolto, lo scambio di vedute, spesso di battute,
bandendo il giudizio e il pregiudizio. Succede così che qualcuno di questi
ragazzi decida, in autonomia, di passare una notte in una delle strutture che
le comunità mettono a disposizione, in particolare presso lo SMI di Fondazione
Eris: un letto vero, lenzuola pulite, una doccia calda per guardarsi allo specchio
e rivedersi “persona”. Un traguardo che sa di vittoria quando le notti diventano
due, sette, dieci. Quando, dalle strutture di prima accoglienza, arrivano a capire
che ce la si può fare, che l’alternativa è reale: «È un click che deve scattare
nella loro testa senza imposizioni. Solo così il passaggio alle comunità protette e il percorso di allontanamento
dalla droga e di riabilitazione hanno vere possibilità di successo»
sintetizza un addetto ai lavori. Ed è
lo scopo di ogni volontario del CISOM. «Siamo impegnati in questa
nuova sfida, incarnando lo spirito
dell’Ordine di Malta. Cerchiamo di
applicare i principi insegnatici con
il Vangelo: nessuno deve essere
abbandonato perché Gesù ci insegna ad accogliere tutte le nostre
miserie e sofferenze». Da febbraio
a oggi il bilancio è positivo: oltre
40 persone sono state “agganciate” e hanno intrapreso un percorso
di disintossicazione che speriamo
continui. Ed è solo l’inizio.
Nel Monastero assistito da 22 anni dalla Delegazione di Perugia-Terni dell’Ordine di Malta
Un graditissimo ospite a sorpresa nella verde Umbria:
il Papa bussa alla porta delle Clarisse di Vallegloria
di Massimo Bindella*
L
’antico Monastero di Santa Maria in Vallegloria di Spello (Umbria), risalente
al 1200 è stato fondato dalla stessa Santa Chiara e, anno dopo anno, è
stato tenuto in vita dal lavoro e dalle preghiere delle Clarisse. In un giorno
di metà gennaio ha bussato alla sua porta anche Papa Francesco: una visita
informale alle suore, per incoraggiarle alla vita contemplativa e condividere con
loro l’Eucarestia, la preghiera e il pane. La comunità oggi conta 29 claustrali
guidate spiritualmente dalla Badessa Suor Maria Chiara Moscelli. La Delegazione di Perugia-Terni da oltre 22 anni, cioè da subito dopo il sisma del 1997,
assiste le Clarisse con contributi economici per il restauro della parte abitativa e della Chiesa del monastero. Vengono anche forniti periodicamente vari
generi alimentari e una
assistenza sanitaria domiciliare, che ha portato anche ad interventi
chirurgici effettuati dal
confratello dr. Michele
Berloco.
Il Santo Padre il giorno della visita alle Clarisse.
Cavaliere di Grazia
Magistrale
