L orma giugno 2019.pdf

Vista previa de texto
La parola del Cappellano
Il monito del Papa: «Chi è troppo soddisfatto di sé non ha spazio per amare i fratelli»
Il povero è beato mentre nel benessere del ricco
spesso si annida l’insidia di idolatrare un falso Dio
di mons. Marco Navoni*
L
a prima delle beatitudini, come è noto, recita secondo il vangelo di Matteo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli». A questa
fondamentale beatitudine Papa Francesco dedica i nn.
67-70 della sua Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate: ci lasciamo guidare dalle sue parole per trarre
qualche indicazione spirituale per la nostra vita di cristiani impegnati nell’Ordine di Malta.
Ci domandiamo innanzitutto: chi sono i poveri in
spirito di cui parla Vangelo? Il papa risponde delineando
la situazione contraria a quella delle povertà, cioè
la ricchezza: in essa si annida infatti una grave insidia, quella di ritenersi
autosufficienti rispetto a tutti e a tutto, e soprattutto rispetto a Dio, proprio per
il fatto che il ricco - dice Papa Francesco - «normalmente si sente sicuro con
le sue ricchezze, e pensa che quando esse sono in pericolo, tutto il senso della
sua vita sulla terra si sgretola».
Il povero in spirito invece è colui che pone solo in Dio la sua sicurezza
ultima e la garanzia non deludente sul proprio futuro, colui che si abbandona
alla provvidenza del Padre, colui che con semplicità e realismo cristiano sa
valutare i beni di questo mondo come cose utili di cui servirsi per vivere una
vita dignitosa, senza però trasformare le ricchezze in “Mammona” cioè in un
idolo alternativo al Dio vivo e vero. Il ricco che idolatra le proprie ricchezze
pensa di non aver bisogna di nulla, neppure di Dio; il povero in spirito è invece
consapevole che la vera ricchezza, che noi non possiamo conquistarci con i
nostri mezzi, è la salvezza che il Padre ci offe in Gesù Cristo. E la vera ricchezza
è appunto il Regno di Dio, promesso ai poveri di spirito («perché di essi è il
Regno dei cieli»).
E notiamo che il Vangelo non usa il futuro, ma il presente: il Regno dei
cieli infatti non è solo il Paradiso verso il quale siamo
incamminati come meta ultima della nostra esistenza
terrena, ma è la presenza di Cristo “qui ed ora” nella
nostra vita, attraverso la sua Parola, i suoi sacramenti,
l’esercizio della carità, la consolazione della fede;
vivere il Regno di Dio, per il povero in spirito, significa
considerare Cristo Signore come la nostra vera
ricchezza, Colui che dà senso pieno alla nostra vita
anche quando le realtà e le ricchezze di questo mondo
dovessero venirci a mancare. Ma il papa aggiunge
anche una ulteriore osservazione, che può essere
applicata proprio alla nostra spiritualità melitense: «quando il cuore si sente
ricco» (cioè autosufficiente anche nei confronti di Dio), «è talmente soddisfatto
di se stesso che non ha spazio per la Parola di Dio e per amare i fratelli». In
altre parole - dice il Papa - ne va di mezzo innanzitutto la vita religiosa (che della
Parola di Dio si nutre e dalla quale si lascia illuminare), e poi ne va di mezzo
la vita di carità, perché il «cuore ricco» tende a chiudersi nell’egoismo e nella
insensibilità verso il prossimo.
Allora, come membri dell’Ordine Giovannita, se vogliamo davvero vivere,
attraverso l’esercizio della carità cristiana e l’aiuto concreto ai bisognosi, la
spiritualità dell’obsequium pauperum, del servizio alle varie e innumerevoli
povertà che affliggono il nostro mondo (la povertà materiale, le miserie morali
e spirituali, la solitudine e la malattia), dobbiamo essere innanzitutto noi poveri
in spirito, testimoniando così che la vera ricchezza che dà senso alla vita è la
fede in Cristo Signore e Salvatore.
* Cappellano Capo del Gran Priorato di Lombardia e Venezia
Dottore dell’Ambrosiana
Intervista a don Marco Salvi appena insediato nella diocesi di Perugia
Il Vescovo arrivato alla Fede studiando architettura
di Maria Laura Falcinelli*
M
entre ancora non si era ufficialmente insediato, il nuovo
vescovo ausiliare di Perugia
don Marco Salvi ha concesso a L’Orma un’intervista in anteprima. Di 65
anni, umile e colto, si definisce “parroco di campagna”. Ma conosciamolo
meglio, anche perché scopriremo un
suo legame con l’Ordine di Malta.
Allora, Eccellenza, ci parli un
po’ di lei.
«Di famiglia cattolica, durante gli
anni del liceo non avevo comunque
particolare zelo. Mi sono iscritto ad
architettura a Firenze negli anni della contestazione e lì ho avuto come
amici dei sacerdoti molto in gamba.
E poi, anche attraverso Comunione e
Liberazione, ho conosciuto una novità sconvolgente: il Cristianesimo”.
Quindi si può dire che per Lei la
Fede è stata una vocazione tardiva?
«Sì, sono entrato in seminario a
circa 28 anni, ero già architetto. Ho
poi ottenuto il Baccalaureato alla Gregoriana in Teologia Fondamentale. Ed
eccomi qua: per tanti anni ho fatto il
parroco di campagna, nel frattempo
insegnando Storia dell’Arte agli istituti superiori”.
Lei è il fratello di Alessandro
Salvi, cavaliere di Grazia Magistrale della Delegazione di Perugia. È grazie a lui che ha conosciuto l’Ordine di Malta?
«Ho avuto un bell’incontro 30 anni
fa, in Romania, dopo la caduta del
regime di Ceauçescu. Vidi una colonna di aiuti che aveva come vessillo la
Croce Ottagona. Capii che era gente
che si prendeva a cuore il prossimo.
Erano tedeschi mi sembra. Poi sì, at-
traverso Alessandro, ho conosciuto i
Cavalieri e le Dame di Arezzo quando
ero parroco in quella diocesi. E tre
anni fa siamo stati insieme a Malta,
nei luoghi dove molto si è svolto. Ora
conoscerò anche la Delegazione di
Perugia. Credo proprio che si tratti di
un Ordine con una grande forza, se
dopo tanti anni è ancora qui!».
* Donata di Devozione
Don Marco Salvi, nuovo Vescovo del capoluogo umbro, con un gruppo di membri dell’Ordine.
