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Opera dell’architetto e incisore Giovan Battista Piranesi è all’interno della Villa Magistrale all’Aventino
Santa Maria del Priorato: la nostra principale Chiesa
è stata riportata all’antico splendore del Settecento
di Pierluigi Panza*
I lavori sono durati un anno e hanno interessato sia
l’interno sia l’esterno. Il contributo della Fondazione Roma
A
fine marzo, con una solenne cerimonia alla presenza del Gran
Maestro Fra’ Giacomo Dalla
Torre del Tempio di Sanguinetto, Fra’
John E. Critien, conservatore dell’Ordine, ha presentato la conclusione
dell’intervento di restauro conservativo
alla chiesa di Santa Maria del Priorato
in Aventino condotta dagli architetti
Giorgio Ferreri e Massimiliano Sabatelli (assistiti dalla Sovrintendenza) e
durato circa un anno. Il costo è stato
sostenuto dal Presidente della Fondazione Roma Emmanuele F.M. Emanuele e dal Gran Priorato di Roma,
che ha sede nello stesso complesso
dell’Aventino.
Accenniamo qui alla storia della
chiesa, una delle più antiche di Roma,
e descriviamo l’intervento condotto, con alcune osservazioni. Quando
l’incisore, art-dealer e “architetto veneziano” Giovan Battista Piranesi, a
Roma dal 1740, fu chiamato dal Priore
dell’Ordine, Giovan Battista Rezzonico,
nipote di Clemente XIII, a ricostruire la
chiesa in cima all’Aventino quel luogo
aveva già una storia millenaria. L’Aventino era stato tomba, tempio e armilustro, cioè luogo dell’antica Roma per
la purificazione delle armi di Marte:
lì Remo era stato sepolto, erano stati
eretti un tempio al Sole, uno a Giove
siriaco, uno all’egizia Iside e uno a
Mitra e, sulla sommità, Marte purificava le armi.
Sfingi alate. Giovanni Battista
Rezzonico era stato introdotto all’Ordine di Malta a 19 anni. Era stato suo
fratello Carlo a intervenire presso fra’
Jacques-Laure Le Tonnelier de Breteuil, ambasciatore dell’Ordine presso
il Papa, per fargli conferire la Croce di
devozione. Appena gli fu concessa,
il Gran Maestro fra’ Manuel Pinto de
Fonseca scrisse: «Da questa croce
al monsignore la Religione Gerosolimitana potrà trarne gran vantaggio».
Fu profeta perché, tre anni dopo, il
Rezzonico, divenuto Priore a Roma,
chiamò Piranesi a rifare la chiesa. Giovan Battista aveva 43 anni, e in quei
pochi metri si prefisse che il grande
libro di pietra dell’architettura dovesse
riassumere un’intera storia: quella dei
cavalieri dell’Ordine, quella dei Rezzonico e dei santi Battista e Basilio.
A sinistra, la facciata della Chiesa di Santa Maria del Priorato.
Sopra, l’interno con le bandiere delle differenti Lingue dell’Ordine.
Piranesi ricollocò all’interno della
navata le tombe dei cavalieri che erano all’esterno e decorò (con l’aiuto di
Tommaso Righi per i lavori in gesso)
fuori e dentro la chiesa dei veri e propri rebus da decifrare. Come capitelli
disegnò delle sfingi alate, come quelle
di età romana che aveva presso il suo
magazzino ma che ricordavano anche
l’Egitto: il primo ricovero dell’Ordine,
nel 1048 presso il Santo Sepolcro, fu
proprio su un terreno donato da un califfo d’Egitto. Per decorare quell’enorme scafo rovesciato di nave che era
la volta, Piranesi chiese a Tommaso
Righi di scolpire un bassorilievo lungo
36 palmi e largo 20, e dal costo elevatissimo: 240 scudi. Era un labaro con
una ghirlanda sormontato con un medaglione con incise due lettere: “PX”,
ovvero “Pax Christi”; tutt’intorno angeli in gloria. In facciata un altro rebus:
la scritta FERT, che significa “Fortitudo eius Rhodum tenuit”, testimonianza
che fu la forza delle armi a difendere
l’isola di Rodi.
Il 18 aprile del 1765, il notaio romano Marcorelli siglò un atto con il
quale il reverendo del convento di
Santa Sabina concesse al gran priore
dell’Ordine di Malta la «parte di un orto
per realizzare e costruire la piazza davanti alla nuova chiesa sull’Aventino».
Piranesi costruì il portale e le mete dei
cavalieri; per ora questa parte non è
stata toccata dal restauro ma bisognerà pensarci in futuro. Quello attuato ora da Ferreri e Sabatelli è il terzo
maggiore intervento dopo quelli a fine
dei moti della Repubblica romana e
uno nel Novecento. Nel 2016 le alte
cariche dell’Ordine diedero mandato
perché si eseguisse un restauro conservativo degli interni e delle facciate
della chiesa che ponesse rimedio all’avanzato stato di degrado in cui versava
l’edificio che fino all’autunno del 2017
era stato oggetto solamente di localizzati interventi manutentivi.
Carta giapponese. L’intervento ha
riguardato sia l’interno sia l’esterno.
All’interno si è montato un ponteggio e
i lavori sono durati più di tre mesi, partendo dai fissaggi della decorazione a
sbalzo. Come illustrato da Sabatelli e
Ferreri, sono state ripulite le superfici
applicando carta giapponese imbevuta di acqua distillata a tutte le superfici: questa carta scioglie e assorbe le
polveri. Le parti rimaste scure sono
state successivamente perfezionate
pulendole con gomma pane. Per il resto sono stati usati spazzolini e bisturi.
Gli stucchi decorativi in bassorilievo,
agganciati con grappe di ferro, presentavano seri distacchi. È stato effettuato un consolidamento con microfori
di due tre millimetri impregnandoli con
barrette in vetroresina per impedire la
ricaduta e favorire il fissaggio. In alcuni
casi è stato sostituito il ferro.
Alcune parti mancanti sono state
reintegrate (come diverse ghiande) per
“ricreare l’unità di immagine”. Dettagli
di aquile e medaglioni di San Giovanni sono stati parzialmente ricostruiti.
Questo è un aspetto un po’ problematico per la moderna cultura del restauro che prevede di astenersi dalle integrazioni o renderle visibili. Nell’insieme
non sono visibili ma, come assicura
l’architetto Ferreri, i nuovi interventi
restano “un po’ sottosquadra”, quindi
leggermente sbalzati, “consentendo
la riconoscibilità dell’intervento”. Sono
state sigillate anche le fessurazioni
alla base delle tombe, in genere anche qui, come altrove, con una grana
leggermente più ruvida e riconoscibile
e con l’aggiunta di polvere di marmo al
grassello di calce.
Sopra tutto è stata stesa una velatura blanda con latte di calce, che è il
deposito superiore della calce addizionate con terre naturali.
All’esterno, la chiesa è stata pulita
e si è data un po’ di calce spenta e poi
velatura. Le analisi stratigrafiche non
hanno mostrato nulla di particolare,
ma sotto il metro e sessanta alcune
parti dell’edificio si presentavano consumate dall’umidità. Da acquetinte
dell’epoca si evidenzia che il colore
dell’esterno era uguale all’interno.
Capolavoro. L’intervento di salvaguardia ha interessato l’unico capolavoro architettonico di Piranesi, il
Mozart delle rovine, ricordato dal Segretario nazionale dell’Accademia di
San Luca, Francesco Moschini come
un «nuovo Borromini che, però, azzera la storicità, quasi un Duchamp del
Settecento che ha qui realizzato un
sacello metafisico». In Piranesi rivive
un po’ d’influenza palladiana, quella di
una Venezia che rifiuta la contemporaneità e predilige manifestare quell’ordine infranto (per riusare la definizione
dello storico d’architettura Manfredo
Tafuri) che aveva ritrovato un po’ nella
Fontana di Trevi di Nicola Salvi, presentatogli dall’impresario Nicola Giobbe quando giunse a Roma.
* Giornalista del Corriere della Sera
Docente universitario
