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ra conveniente per tutti: sia per le coppie, sia per il gruppo.
Per il gruppo, perché permetteva a molti maschi di stare insieme
e di collaborare nell'interesse collettivo. Per le coppie, perché
potevano cooperare nell'allevamento dei piccoli, protette
all'interno di una comunità.
Quanto a questa formula a due, si può ipotizzare che fosse
resa possibile non solo dalla mancanza di segnali, olfattivi o
visivi, dell'estro (il che significava l'assenza di competizione tra
maschi per fecondare le femmine "in calore"), ma che fosse
favorita anche da altre ragioni: il maschio, infatti, stando il più
possibile insieme alla sua femmina, aveva maggiori probabilità
di fecondarla al momento giusto (cioè durante quei pochi
giorni fertili nascosti), evitando che fosse qualcun altro a farlo.
E raggiungendo così il suo obiettivo strategico
di riprodursi.
È durante questa transizione fondamentale che si è forse
sviluppato, come dicevamo, quello strano fenomeno che è
l'innamoramento: cioè una fortissima attrazione che, in un
certo senso, veniva a sostituire l'attrazione provocata dall'estro. A
differenza dei segnali odorosi destinati a tutti i maschi, nascevano
segnali di altro tipo, più personalizzati, non percepibili a distanza,
ma che colpivano anch'essi le aree profonde delle emozioni. In altre
parole l'innamoramento come una diversa forma di "estro".
Capace non solo di attrarre fortemente un maschio (attraverso una
tempesta biochimica cerebrale), ma di creare, grazie a un'attrazione
reciproca, un rapporto di coppia più duraturo; con una sessualità
continua e con un legame che spingeva a stare insieme in modo
tendenzialmente monogamico. Perlomeno durante il periodo in cui
il piccolo aveva più bisogno di cure. Essendo un carattere
vantaggioso, esso si sarebbe affermato attraverso la selezione.
In altre parole, l'innamoramento sarebbe stato un "trucco"
biologico che ha consentito la nascita di rapporti personalizzati,
adatti alle lunghe cure parentali, disinnescando quella
competizione tra i maschi provocata dall'estro.
Naturalmente si tratta solo di ipotesi, ma certamente
suggestive.
Una varietà di modelli
Un'ultima notazione, di rilievo, sul comportamento animale.
Va detto che monogamia e poligamia non sono modelli rigidi e
contrapposti: da un lato la coppia monogamica e dall'altra il
maschio dominante con il suo harem. Si registrano infatti molte
varianti.
Per esempio, tra gli uccelli, che sono quasi sempre monogami, il
legame può durare per una sola nidiata (passeri). Oppure per
molte stagioni, o addirittura per la vita (albatri, cigni, o-, che,
aquile). Anche il contributo dei maschi all'allevamento può
variare molto: alcuni svolgono solo il ruolo di sentinelle contro i
pericoli, altri non solo procurano il cibo ma collabora-no alla cova
(aironi, egrette).
Anche tra i mammiferi esistono vari tipi di monogamia: come
abbiamo visto nel caso della volpe, dove la coppia sta insieme
per lo svezzamento dei piccoli quando le risorse sono scarse; o
in quello del leopardo, dove la coppia si unisce unicamente per
la riproduzione; oppure come nel caso dello sciacallo dalla
gualdrappa che invece sta insieme alla sua compagna per tutta
la vita.
Analogamente tra gli animali che vivono in gruppo i
modelli variano: esiste per esempio un'antilope maschio
"dominante" che dispone anche di un guardiano dell'harem, un
giovane maschio che lo aiuta nella difesa dei confini e al
quale viene concessa saltuariamente qualche femmina da
montare.
Ci sono altri gruppi, come i lupi, dove la dominanza è molto
più complessa: esiste infatti una gerarchla sia nei maschi sia nelle
femmine. Il maschio alfa feconda la femmina alfa, la quale
genera un maggior numero di piccoli di quanto facciano le
femmine di grado più basso. Anche se è presente un maschio
dominante, non esiste però un vero harem.
È così anche per altri animali che vivono in gruppo. Per
esempio tra i gorilla, dove accanto al silver back, cioè il
maschio dominante dalla schiena argentata, vi sono altri
maschi di rango inferiore. In tali casi la socialità, così
importante in
