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che vengono alla luce solo quando qualche donna, vittima di
violenze terribili, decide di parlare e denunciare i responsabili. È
il caso, ormai ben noto, di Mukhtar Mai, una donna pachistana
che sta conducendo una personale battaglia contro la violenza
legalizzata di cui è stata lei stessa vittima.
Qui il problema, in un certo senso, è rovesciato: i genitali
femminili visti non come un bene da proteggere ma come un
obiettivo da devastare, con l'intento di uccidere la reputazione di
una donna. È la vendetta più atroce, che colpisce non solo nel
corpo ma nell'anima, ideata apposta per spingere una donna
a scomparire per sempre o a suicidarsi.
È una storia che risale al giugno del 2002, quando, seguendo
una tradizione tribale, Mukhtar dovette pagare per lo "sgarro"
compiuto dal fratello Shakoor, di soli 12 anni, la cui colpa fu
quella di aver frequentato una ragazza di una casta più alta, il
ragazzo venne sodomizzato, perché si ricordasse in futuro che
certe cose non sono tollerate, ma anche lei venne "punita",
espiando una vendetta estesa a tutta la famiglia: il consiglio
degli anziani decise infatti che doveva subire uno stupro di
gruppo. E così fu. Sei uomini la violentarono alla presenza di
200-300 persone, poi venne trascinata nuda nel villaggio.
La cosa agghiacciante è che non si tratta di un caso isolato.
Secondo una commissione indipendente per i diritti umani, nel
2004 ben 151 donne pachistane sono state vittime di questi stupri
di gruppo decretati dalle leggi tribali. Sono donne che
solitamente scappano o si suicidano. Grazie all'aiuto di un
imam (queste vendette tribali sono bandite dalla religione
islamica), Mukhtar ha trovato la forza di reagire, denunciando i
suoi stupratori. Ma la beffa finale è che al processo cinque dei
sei uomini che la violentarono sono stati assolti! Il sesto ha avuto
la pena di morte commutata in ergastolo.
Un burka anche culturale
Le società che praticano queste atrocità e queste mutilazioni (e
molte altre forme di minacce e di "imprigionamento" della
sessualità e della libertà femminile) appartengono, certo, al
L'incertezza della paternità
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passato, anche se sopravvivono nel xxi secolo. E per fortuna
noi siamo lontani anni luce da tutto ciò. Ma sono fatti
emblematici di una mentalità e di un atteggiamento che hanno
accompagnato per secoli, sia pure in modi diversi e non sempre
così violenti, l'emarginazione femminile, tenendo lontana la
donna dai circuiti dell'istruzione, della vita professionale e
persino dalla partecipazione al voto fino a tempi recentissimi (in
Italia le donne votano dal 1947, in Svizzera solo dal 1971 grazie
a un referendum che ha rovesciato l'antica ostilità degli uomini:
ancora nel 1959 il referendum per il voto femminile in Svizzera
aveva dato esito negativo).
Questa repressione ha preso forme molto diverse, a seconda
delle culture. Nelle società rurali, povere e meno istruite (che
sono proprio quelle in cui lo sviluppo tecnico-economico non ha
compiuto la rivoluzione che è avvenuta nei Paesi
industrializzati) questa emarginazione della donna è stata più
forte e ha portato, in certi casi, persino alla "cancellazione"
del volto femminile attraverso il velo o il burka. Praticamente è
come tenere sempre in casa la propria moglie, o le proprie
figlie da marito: anche quando escono, continuano a essere
dentro le mura di casa, "mura" di stoffa che le rendono invisibili
e quindi fuori dalla portata di sguardi, occhiate e possibili
tresche.
Ma anche nelle nostre società esistono ancora emarginazioni
nei confronti della donna, dei "burka" culturali e professionali
legati all'antica idea che la donna debba occuparsi della cucina
e dei figli, e non mettersi in situazioni in cui il marito non
possa più tenerla sotto controllo.
Vorrei raccontarvi in proposito un piccolo episodio di cui
sono stato testimone. In un paesino del Suditalia fui invitato a
casa di una famiglia che stava preparando le nozze della figlia.
Mi fecero vedere i regali, esposti su vari tavoli (con i bi-gliettini
da visita dei donatori). Chiesi cosa faceva la futura sposa e la
madre mi disse che studiava all'università, ma che avrebbe
smesso, perché il futuro marito, un medico, non voleva che
continuasse!... Questo avveniva alla fine degli anni Novanta.
