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all'Università del Texas, il dottor Deendra Singh ha chiesto a
ventun volontarie di dormire con una T-shirt durante la fase
fertile del ciclo (cioè 13-15 giorni dopo il periodo mestruale).
Poi di fare altrettanto con un'altra T-shirt durante la fase
infertile (tra il ventunesimo e ventisettesimo giorno). Fu
anche chiesto loro, durante il periodo dell'esperimento, di non
usare profumi, di lavarsi con saponi senza odore, di evitare
rapporti sessuali e di rinunciare a cibi speziati o aromatici,
come l'aglio. E di non fumare.
Quando dei volontari maschi annusarono tutte queste
T-shirt e fu chiesto loro di dire quale odore preferivano,
diedero un punteggio decisamente più alto a quelle
indossate durante la fase fertile. Lo stesso risultato fu
ottenuto quando un altro gruppo di uomini annusò le T-shirt
a una settimana di distanza, esperimento fatto per verificare
per quanto tempo permanesse l'odore.
Uno studio analogo è stato compiuto anche da un
ricercatore finlandese, Seppo Kuukasjarvi, nel 2004.
In altri studi la situazione era rovesciata. Per esempio, in
una serie di test trentadue studentesse, divise in vari gruppi,
dovevano valutare l'attrazione di giovani maschi attraverso
una serie di fotografie. Risultò che il gruppo che osservava le
foto mentre annusava secrezioni ascellari maschili assegnò
mediamente un punteggio più alto ai ragazzi ritratti.
Certe industrie di profumi non hanno tardato molto a
utilizzare queste ricerche per mettere sul mercato dei
"profumi ai feromoni", destinati ad aumentare l'attrazione
sessuale, tra molte critiche e scetticismo. In effetti, una
eventuale sensibilità umana ai feromoni, ammesso che esista,
appare molto evanescente. Non solo perché tanti altri
profumi, molto più forti, "coprono" questo debole segnale,
ma soprattutto perché, come riconoscono numerosi ricercatori,
nella specie umana l'attrazione è dominata in realtà da
tantissimi altri stimoli ambientali (visivi, ornamentali,
lingu
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ecc.)
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