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cevole, di premio, creando quindi una tendenza a reiterare il
comportamento. È lo stesso meccanismo che genera dipendenza
dalle droghe e che provoca gratificazioni nell'innamoramento, in
questo caso attraverso un'altra sostanza, la dopamina, un
neurotrasmettìtore che attiva le strutture cerebrali preposte alle
sensazioni di piacere, stimolando così la continua ricerca di questo
"premio" (ne abbiamo parlato nel secondo capitolo).
Sono certamente studi che mostrano come la genetica, cioè il
nostro "programma" biologico innato, attraverso la diversità
delle strutture cerebrali e una maggiore o minore presenza di
recettori, neurotrasmettitori, ormoni ecc., condizioni e moduli il
comportamento individuale.
Addirittura queste modifiche comportamentali sulle arvicole
sono state ottenute non solo iniettando ossitocina e
vasopressina, ma usando le tecniche di trasferimento di geni.
Se dunque arvicole, ratti e pecore sono così sensibili ai livelli di
ossitocina e vasopressina, al punto da modificare profondamente
il loro comportamento sessuale e parentale, cosa si può dire della
specie umana?
Naturalmente non si possono fare esperimenti del genere
sull'uomo, ma è ragionevole pensare che anche nella nostra
specie i meccanismi siano simili. In proposito, il gruppo del
dottor Young ha di recente potuto verificare che esiste una
grande diversità nella distribuzione dei recettori di vasopressina
nei topolini "monogami". Ciò starebbe a indicare che esistono
differenze di comportamento individuali all'interno della
stessa specie: in altre parole, certi individui sarebbero più (o
meno) fedeli di altri. Ciò avviene anche nella specie umana?
Una verifica, in teoria, potrebbe essere fatta correlando le
diverse mappe genetiche dei vari individui con i loro
comportamenti di coppia...
Un tracciato in tre sequenze
Chiudiamo ora questa breve parentesi biologica, che però è
sempre importante per capire che non tutto è dettato
dall'ambiente, dalla società, dalla cultura. La nostra macchina
è co-
L'attaccamento
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struita in modo tale da rispondere anche a pressioni
biochimiche interne, innate. Che spesso sono diverse nei vari
individui, perché diverso è il loro patrimonio genetico.
Detto questo, appare abbastanza chiaro il percorso che la
natura ha tracciato per la continuazione della specie:
innamoramento per attrarre due individui e creare una coppia,
sesso per fare in modo che si riproducano e attaccamento per
tenerli uniti nell'allevamento della prole.
Curiosamente, ma non troppo, sia l'innamoramento sia
l'attaccamento spingono entrambi verso la monogamia, cioè in
una direzione molto diversa dalla vocazione di cacciatore
poligamo dell'uomo. Nella fase dell'innamoramento, infatti, il
rapporto d'amore è così totalizzante da non lasciare spazio
per altre relazioni: questa fase si prolunga in genere nel
matrimonio, che è un'istituzione fatta apposta per creare solidi
legami monogamici e per fornire il contesto adatto per generare
e allevare figli.
Che le cose non vadano poi esattamente così è un altro
discorso, che avremo modo di approfondire. Certo è che chi
decide di entrare in questa straordinaria avventura di "metter su
famiglia" ha scelto una strada bellissima ma impegnativa: quella
di un lungo percorso a due, pieno di incognite, di speranze e di
sacrifici, di gioie e di dolori, n partner non è più soltanto
l'oggetto romantico del desiderio, ma un compagno o una
compagna di strada, con il quale bisognerà camminare
affiancati, in salita e in discesa, mentre il tempo passa
impercettibilmente, ma inesorabilmente, e il rapporto d'amore si
trasforma.
Quando finisce l'innamoramento
Quando finisce l'innamoramento? Difficile dirlo. Le indagini
fatte in proposito indicano che la fase dell'innamoramento
romantico dura mediamente da uno a due anni. In certi rari
casi tre anni, o più. Ma lentamente si dissolve quell'ossessione
dei primi tempi, quel dolce tremore che percorreva il corpo e
monopolizzava tutti i pensieri. Per dirla in termini
cinematografici, si verifica una "dissolvenza incrociata", cioè
